Archivio

Post Taggati ‘lirica’

Un mondo senza ARTE?

12 Gennaio 2011 66 commenti

Video importato

Alfonso Antoniozzi: “J’accuse!”

11 Gennaio 2011 164 commenti

Alfonso Antoniozzi
Di ALFONSO ANTONIOZZI, cantante lirico italiano

Diciamoci la verità, parliamo per una volta francamente anche a costo di beccarsi una bella querela e finire in tribunale.

Ci hanno preso, spolpato fino all’osso, si son mangiati il mangiabile e adesso abbandonano la carcassa. In prosa come in lirica.

Sono arrivati, si sono impossessati dei teatri, con la scusa del sostegno all’arte e alla cultura hanno messo i loro uomini (quasi sempre gente che col teatro non aveva nulla a che fare) alla testa delle programmazioni e delle assunzioni, hanno assunto chiunque volessero, hanno messo i loro protetti dietro un tavolo d’ufficio, i loro servi ai posti di combattimento, i loro portaborse alle direzioni artistiche.

Hanno svilito le professionalità presenti in teatro derogando la costruzione di scene e costumi a società terze, presumibilmente mangiandosi una fetta degli appalti (non ho le prove, ma non mi servono. Come diceva Pasolini: io sono un intellettuale, non un magistrato, non sta a me cercarle. Le cose le so perchè ho gli occhi che vedono e il cervello che tira le somme).
Hanno ridotto le sarte teatrali italiane a mere attaccatrici di bottoni e riparatrici di orli, i nostri macchinisti e scenotecnici a meri rifinitori di imperfezioni e schiacciolatori di cantinelle, facendo prosperare scenotecniche e sartorie esterne.

Hanno permesso a registi e scenografi e costumisti di usare i loro scenotecnici e sarti di fiducia, in alcuni casi fottendosene allegramente del fatto che alcuni di questi registi e scenografi e costumisti erano in partecipazione societaria con le società scelte.

Hanno commissionato scene e costumi a celebri artisti italiani (Pomodoro, Guttuso, De Chirico…) per poi esporli una volta e lasciarli marcire nei magazzini o dandogli fuoco per far spazio a nuovi stoccaggi.

Hanno strapagato, sì, strapagato cantanti lirici. Cinquanta milioni a sera per una Turandot che arrivava alla generale. Trenta milioni a sera per un Calaf che non portava a termine l’opera. Cinque milioni a sera per dire una frasetta. Io c’ero. Lo so.

Hanno permesso ad alcuni agenti senza scrupoli di fare il bello e il cattivo tempo, probabilmente anche in questo caso per personali tornaconti economici, se non per mera cecità e incapacità gestionale. In entrambi i casi, nessuna scusante.

Hanno assunto otto portieri per teatri in cui ne bastavano due. Dieci addetti stampa quando ne bastavano tre. Venti ragionieri quando ne bastavano cinque.

Hanno chinato il capo di fronte ad assurde richieste sindacali: decenni di indennità di trasferta per teatri senza sede perché in restauro trentennale, quando il teatro di ripiego era a cinquecento metri dalla sede naturale.

Hanno firmato il via libera ad allestimenti miliardari che non potevano in nessun modo essere ammortizzati. Sì, miliardari. Io c’ero. Lo so. Hanno coprodotto spettacoli inamovibili che in nessun modo avrebbero potuto esser portati in un altro teatro perché non si è tenuto conto delle specifiche tecniche.

Ci hanno saccheggiati, spolpati, ridotti all’osso. E adesso ci dicono “arrangiatevi”.

La nostra colpa? Quella di aver taciuto. La nostra vergogna? Quella di aver, nei limiti del possibile, mangiato anche noi (ma se non altro noi stavamo facendo il nostro mestiere e obbedivamo alle leggi del mercato vigente). La nostra discolpa? Quella di esser stati sempre dei cani sciolti, che se avessero parlato sarebbero stati allontanati con una pedata, perdendo il lavoro. Chi ci ha provato, come me e altri come me, lo sa. Ancora ricordo la risposta : “Voi avete ragione, ma tenete conto che se insistete su questo punto non metterete mai più piede in questo teatro”.

E anche adesso, non mollano. Vogliono anche il midollo. Non se ne vanno.

E noi, noi artisti, noi tecnici, noi registi, noi macchinisti, noi artisti del coro, noi elettricisti, noi sarte, noi professori d’orchestra siamo costretti a cercarci lavoro altrove o ad inventarcene un altro perché non solo non ci finanziano, ma non si inventano uno straccio di soluzione politica, una legge che ci consenta di far bene e senza sprechi il nostro mestiere.

Non se ne vanno. Piuttosto chiudono i teatri. Piuttosto li lasciano marcire. Ma non se ne vanno. Non se ne andranno mai.

E ancora adesso, abbiamo paura di parlare e di far fronte comune. Comune. Insieme a tutti quelli che lavorano in teatro e che di teatro sono appassionati.

Continuiamo pure ad aver paura. Presto, non ci sarà più nessuna ragione di preoccuparsi di perdere il lavoro: ci avranno costretti da tempo a trovarcene un altro.

Facciamo casino, ragazzi, tutti insieme. Riprendiamoci i nostri teatri, riprendiamoci il nostro mestiere, riprendiamoci la nostra vita.

Sul lastrico migliaia di famiglie …

4 Gennaio 2011 45 commenti

da … L’Alambicco di Alfonso Antoniozzi – Viterbo – 4 gennaio 2011 – ore 1,50

ANTONIOZZI1

La gente che legge i giornali e guarda la televisione recepisce questa semplice informazione: i teatri d’opera sono a rischio di chiusura. E pensa: pazienza, si può sopravvivere anche senza Rigoletto.

Il messaggio che si stenta a far passare è questo: un teatro dà direttamente lavoro e quindi cibo sul tavolo a portieri, sarte, macchinisti, attrezzisti, datori luci, elettricisti, baristi, donne delle pulizie,maschere, ragionieri, addetti mensa, cuochi, segretarie, addetti stampa, calzolai, maestri collaboratori, maestri di palcoscenico, comparse, mimi, tersicorei, registi, assistenti alla regia, registi stabili, responsabili di sartoria, direttori degli allestimenti scenici, scenotecnici, decoratori, pittori, orchestrali, artisti del coro, siparisti, e indirettamente a tipografie, sartorie, scenotecniche, case di produzione di tessuti, falegnamerie, servizi di catering, ditte costruttrici di materiale elettrico, fiorai, albergatori, ristoratori.

E alle loro famiglie.

Il teatro d’opera costa molto perché, senza tutta questa gente, non si potrebbe metter su uno spettacolo.

Quando si dice che in prosa si spende molto meno, è solo e semplicemente perché in prosa potrei, se lo volessi, metter su una compagnia che tiri avanti con cinquanta persone. In lirica, semplicemente, no.

Posso mettere in scena l’Otello di Shakespeare con sei attori, due macchinisti, un datore luci. Quello di Verdi, no. Perché Verdi prevede, tanto per dirne solo una, ottanta persone di coro.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che in passato si è speso troppo e male, e siamo anche d’accordo che certe assunzioni non andavano fatte e che in teatro, come in tutte le realtà lavorative, c’è gente inutile che sta lì a rubare lo stipendio, e anche che i sindacati ad un bel punto hanno cominciato a inventarsi privilegi invece di difendere diritti.

Resta il fatto che la chiusura di un teatro non significa solo la perdita di un repertorio artistico inventato in Italia la cui parabola, volendo, potremmo anche considerare conclusa e metterci l’anima in pace. Significa letteralmente buttare in mezzo alla strada e privare del lavoro decine di migliaia di persone.

In barba al fatto che l’opera potrà anche non piacere, è una forma di spettacolo che, malgrado l’alto prezzo dei biglietti, fa sempre e comunque il tutto esaurito. Si vendono più biglietti per l’opera che per lo stadio, e a nessuno è venuto in mente di concludere che il calcio è ormai roba vecchia che non serve più a nessuno (e nessuno può onestamente dire che il pallone sia una forma di intrattenimento a buon mercato).

Se fossimo talmente bravi da far passare questa semplice informazione, ossia che la chiusura dei teatri d’opera vorrebbe dire mettere letteralmente sul lastrico decine di migliaia di persone, credo che nessun uomo politico potrebbe più dire senza vergognarsene che “con la cultura non si mangia”.

Un teatro d’opera di media grandezza di cui non faccio il nome costa, allo stato attuale delle cose, diciotto milioni di euro all’anno. Senza produrre: solo di stipendi; ossia, senza tener conto delle spese di allestimento di spettacoli e senza contare i cachet degli artisti ospiti. Lo Stato, dopo l’ultimo taglio al Fondo unico per lo spettacolo, ne erogherà dodici.

Quale cartellone, quale allestimento potrà mai inventarsi un teatro che parte con sei milioni di buco in bilancio? Come potrà portare in attivo le casse? Non resta che la chiusura e la cassa integrazione, che oltre a svilire il lavoratore graverà, indovinate un po’, sulle casse di quello stesso Stato che ha negato i finanziamenti. E quindi su di noi: anche su quelli che pensano che i teatri d’opera non servano a nulla e che dovranno mettere mano al portafoglio sotto forma di tasse per mantenere, a casa e senza lavoro, la gente di teatro.

Ci diano dunque i mezzi legali per risanare questa situazione creata in un periodo in cui lo Stato si faceva carico dell’offerta teatrale, e come controparte la politica li usava come serbatoio di assunzioni indiscriminate, e ci mettano nelle condizioni di andare avanti.

Chiudere i rubinetti dei finanziamenti per scaricare la decisione sul malcapitato sovrintendente di turno che si trovi con i conti in rosso e nell’impossibilità di risanarli, è segno di codardia politica, è fuggire dalle proprie responsabilità, è svicolare dai propri doveri di uomo politico tra i quali, è bene ricordarlo, c’è quello di governare e di trovare soluzioni e non quello di dire “bambole, non c’è una lira”.

Quella è una frase da impresario di avanspettacolo, del quale si potrà dire tutto il male possibile ma che, quando il botteghino piangeva miseria, faceva la fame insieme ai suoi artisti.

Lo stesso non si può dire, obiettivamente, di una classe politica i cui privilegi, in un periodo di crisi come quello che ci tocca attraversare, mi risulta siano rimasti sostanzialmente invariati.

Riscuotendo, in compenso, molto meno successo di pubblico di un Rigoletto qualsiasi.

Alfonso Antoniozzi

Fonte: http://www.tusciaweb.it









Nuovissimi contatori