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Sul lastrico migliaia di famiglie …

4 Gennaio 2011 45 commenti

da … L’Alambicco di Alfonso Antoniozzi – Viterbo – 4 gennaio 2011 – ore 1,50

ANTONIOZZI1

La gente che legge i giornali e guarda la televisione recepisce questa semplice informazione: i teatri d’opera sono a rischio di chiusura. E pensa: pazienza, si può sopravvivere anche senza Rigoletto.

Il messaggio che si stenta a far passare è questo: un teatro dà direttamente lavoro e quindi cibo sul tavolo a portieri, sarte, macchinisti, attrezzisti, datori luci, elettricisti, baristi, donne delle pulizie,maschere, ragionieri, addetti mensa, cuochi, segretarie, addetti stampa, calzolai, maestri collaboratori, maestri di palcoscenico, comparse, mimi, tersicorei, registi, assistenti alla regia, registi stabili, responsabili di sartoria, direttori degli allestimenti scenici, scenotecnici, decoratori, pittori, orchestrali, artisti del coro, siparisti, e indirettamente a tipografie, sartorie, scenotecniche, case di produzione di tessuti, falegnamerie, servizi di catering, ditte costruttrici di materiale elettrico, fiorai, albergatori, ristoratori.

E alle loro famiglie.

Il teatro d’opera costa molto perché, senza tutta questa gente, non si potrebbe metter su uno spettacolo.

Quando si dice che in prosa si spende molto meno, è solo e semplicemente perché in prosa potrei, se lo volessi, metter su una compagnia che tiri avanti con cinquanta persone. In lirica, semplicemente, no.

Posso mettere in scena l’Otello di Shakespeare con sei attori, due macchinisti, un datore luci. Quello di Verdi, no. Perché Verdi prevede, tanto per dirne solo una, ottanta persone di coro.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che in passato si è speso troppo e male, e siamo anche d’accordo che certe assunzioni non andavano fatte e che in teatro, come in tutte le realtà lavorative, c’è gente inutile che sta lì a rubare lo stipendio, e anche che i sindacati ad un bel punto hanno cominciato a inventarsi privilegi invece di difendere diritti.

Resta il fatto che la chiusura di un teatro non significa solo la perdita di un repertorio artistico inventato in Italia la cui parabola, volendo, potremmo anche considerare conclusa e metterci l’anima in pace. Significa letteralmente buttare in mezzo alla strada e privare del lavoro decine di migliaia di persone.

In barba al fatto che l’opera potrà anche non piacere, è una forma di spettacolo che, malgrado l’alto prezzo dei biglietti, fa sempre e comunque il tutto esaurito. Si vendono più biglietti per l’opera che per lo stadio, e a nessuno è venuto in mente di concludere che il calcio è ormai roba vecchia che non serve più a nessuno (e nessuno può onestamente dire che il pallone sia una forma di intrattenimento a buon mercato).

Se fossimo talmente bravi da far passare questa semplice informazione, ossia che la chiusura dei teatri d’opera vorrebbe dire mettere letteralmente sul lastrico decine di migliaia di persone, credo che nessun uomo politico potrebbe più dire senza vergognarsene che “con la cultura non si mangia”.

Un teatro d’opera di media grandezza di cui non faccio il nome costa, allo stato attuale delle cose, diciotto milioni di euro all’anno. Senza produrre: solo di stipendi; ossia, senza tener conto delle spese di allestimento di spettacoli e senza contare i cachet degli artisti ospiti. Lo Stato, dopo l’ultimo taglio al Fondo unico per lo spettacolo, ne erogherà dodici.

Quale cartellone, quale allestimento potrà mai inventarsi un teatro che parte con sei milioni di buco in bilancio? Come potrà portare in attivo le casse? Non resta che la chiusura e la cassa integrazione, che oltre a svilire il lavoratore graverà, indovinate un po’, sulle casse di quello stesso Stato che ha negato i finanziamenti. E quindi su di noi: anche su quelli che pensano che i teatri d’opera non servano a nulla e che dovranno mettere mano al portafoglio sotto forma di tasse per mantenere, a casa e senza lavoro, la gente di teatro.

Ci diano dunque i mezzi legali per risanare questa situazione creata in un periodo in cui lo Stato si faceva carico dell’offerta teatrale, e come controparte la politica li usava come serbatoio di assunzioni indiscriminate, e ci mettano nelle condizioni di andare avanti.

Chiudere i rubinetti dei finanziamenti per scaricare la decisione sul malcapitato sovrintendente di turno che si trovi con i conti in rosso e nell’impossibilità di risanarli, è segno di codardia politica, è fuggire dalle proprie responsabilità, è svicolare dai propri doveri di uomo politico tra i quali, è bene ricordarlo, c’è quello di governare e di trovare soluzioni e non quello di dire “bambole, non c’è una lira”.

Quella è una frase da impresario di avanspettacolo, del quale si potrà dire tutto il male possibile ma che, quando il botteghino piangeva miseria, faceva la fame insieme ai suoi artisti.

Lo stesso non si può dire, obiettivamente, di una classe politica i cui privilegi, in un periodo di crisi come quello che ci tocca attraversare, mi risulta siano rimasti sostanzialmente invariati.

Riscuotendo, in compenso, molto meno successo di pubblico di un Rigoletto qualsiasi.

Alfonso Antoniozzi

Fonte: http://www.tusciaweb.it









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